«PRENDER RESPIRO». Storia e immagine: Benjamin e Baudelaire

6-7/2014, gennaio ISBN: 9788898697243pp. 55 - 70

Abstract

Benjamin in un articolo, apparso sulla Frankfurter Zeitung nel 1931 e diventato giustamente famoso, parla di un «carattere» dotato di una distruttività «allegra», «apollinea», priva di odio, capace di «creare spazio» e «far pulizia»1. Lungi dal suggerirci una determinazione psicologica, questo scritto benjaminiano prospetta un abbozzo di concezione della politica, basata su un atteggiamento negativo, nel quale viene propriamente ad esprimersi il «pensiero dialettico», in grado di farsi «dettare i ritmi» dalla natura, prevenendo la sua inesorabile spinta alla distruzione. Un consumarsi naturalistico costituisce la legge immanente della storia umana, la sua autentica dimensione, in un ineluttabile venir meno, verso il quale si sono prodotte modalità molteplici di copertura e nascondimento. Tali illusioni della mente individuale e collettiva concorrono nell’intento più o meno consapevole di occultare la radicale finitezza e catastroficità della storia, rispetto alla quale, al contrario, Benjamin ci invita a un riconoscimento che verrà a rivelarsi una forma di radicale messa in questione. Tocchiamo qui con mano un nucleo originario dell’intento teorico benjaminiano: la compresenza di accettazione e non accettazione della storia così come è stata finora, vale a dire l’assunzione del suo intrinseco nichilismo e la ricerca di una inedita via di uscita. Benjamin cerca una prospettiva politica che interrompa il corso delle cose così come si è sviluppato fino alla modernità, ma che sia capace di far ciò senza ricorrere a precostituiti modelli alternativi, quanto piuttosto attraverso una intensificazione della negatività immanente alle vicende umane. In questo modo viene a prodursi quella che Benjamin chiama una dialettica «in condizione di arresto», che rappresenta la chiave di quella comprensione politica ed emancipativa della storia che costituisce l’intento di fondo del suo sforzo di pensiero.
È nel Barocco e nel suo sguardo allegorico che Benjamin ha innanzitutto individuato la prospettiva capace di intendere la storia come storia naturale, cioè di fare i conti con la sua realtà autentica e di incarnare ante litteram un antidoto allo storicismo e alla sua idea di progresso. Non è rovesciando la catastrofe in progresso che si individuerà una «via di uscita dalle macerie», ma solo accettando quella distruttività che è già in atto sarà possibile liberare uno spazio che ne cambi dall’interno il segno e dia alla caducità umana un senso non meramente naturalistico. Il ritmo del trapassare decadrà dalla forma mitica del sempre uguale, se sarà investito da una pausa, da un «prender respiro», capace di essere contemporaneamente un’«ora di conoscibilità» e di rottura rivoluzionaria.
Su queste basi la questione tanto dibattuta del rapporto fra teologia ebraica e materialismo storico all’interno della meditazione di Benjamin può venire opportunamente illuminata. Il teologico, a mio avviso, costituisce il nutrimento essenziale del politico, dal momento che gli fornisce, col tema dell’interruzione messianica del continuum, la modalità fondamentale di un operare possibile, ma va anche detto che il politico finisce per assorbire in sé tale motivo, convertendolo nell’idea che una chance rivoluzionaria sia sempre d’attualità e non condizionata da un processo subordinato a una meta futura.
L’aspetto decisivo risiede nella forma specifica in cui viene a determinarsi l’atto di interruzione che Benjamin ci prospetta: comprensione storica e prassi eversiva diventano possibili solo nel loro configurarsi come quell’arresto dialettico che consiste in una modalità inedita di memoria e nella sua capacità di produrre immagini. L’interruzione messianica del continuum storico si converte dunque in una forma di memoria, capace di dar vita ad immagini costruite essenzialmente attraverso la congiunzione tra il presente e un momento del passato.
Quel che vorrei fare emergere è proprio il carattere dialettico delle immagini alle quali Benjamin ricorre, come campo di forze prodotto da un incontro fra un determinato momento del passato e il suo catastrofico presente storico, segnato dalla vittoria del fascismo e del nazismo e da evidenti segni di una guerra imminente. Nasce così una nuova costellazione di senso, dotata di efficacia conoscitiva e in grado di liberare una modalità di azione politica alternativa alla prassi dominante nel movimento operaio.

  1. W. Benjamin, Il carattere distruttivo, trad. it., in Id., Opere complete IV. Scritti 1930-1931, Einaudi, Torino 2002, pp. 521-522.
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