Filosofie della tecnica

Teorie, mezzi, prassi

A cura di Michele Capasso e Dario Cecchi

Numero 2, 2020, dicembre
ISBN: 9788855222457 | Anno I

Presentazione

Michele Capasso e Dario Cecchi, NOTA DEI CURATORI

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PÓLEMOS no. 1, 2022: ESTETICA E PARTECIPAZIONE. PROSPETTIVE CRITICHE SU ARTE, POLITICA E SPETTATORIALITÀ

A cura di Andrea D’Ammando e Francesca Natale

Nel 2011 Claire Bishop pubblicava Artificial Hells, uno dei testi più significativi e discussi della critica d’arte contemporanea, dedicato, come recita il sottotitolo, all’arte partecipativa e alla politica della spettatorialità. In quel saggio, oltre a intercettare e definire l’orientamento principale dell’arte degli ultimi due decenni – un’arte “partecipativa”, appunto, caratterizzata da una rinnovata attenzione per la dimensione sociale e il rapporto tra dimensione estetica e progetto politico – Bishop aveva il merito di delineare i termini di un dibattito che negli anni precedenti aveva coinvolto, tra gli altri, Nicolas Bourriaud, Grant Kester, Jacques Rancière e Stewart Martin, impegnati a promuovere o a criticare le pratiche artistiche relazionali, dialogiche e collaborative. A distanza di più di un decennio, tuttavia, la svolta sociale dell’arte partecipativa non sembra aver esaurito la propria spinta propulsiva. E anzi, “partecipazione” – forse ancora più di “interattività” e “immersività” – è diventato un termine chiave del lessico artistico e curatoriale, che evoca un campo eterogeneo di pratiche e progetti diretti programmaticamente contro la passività dell’esperienza spettatoriale, la contemplazione “disinteressata”, la pretesa autonomia dell’arte e dei suoi spazi istituzionalizzati e, più in generale, i modi di produzione e di consumo del capitalismo avanzato. Nel corso del Novecento, d’altronde, il tema della partecipazione e di una politica della spettatorialità ha attraversato le riflessioni di molti tra filosofi, artisti e intellettuali, spesso in concomitanza con momenti storici segnati da profonde trasformazioni degli assetti sociali e politici e dall’esigenza di una ricognizione sullo stato di “crisi della cultura”: si pensi, per citare alcuni tra gli esempi più significativi, alle tesi di Benjamin su riproducibilità tecnica e choc, alle critiche all’industria culturale di Adorno e Horkheimer e alle tesi di Debord sulla “società dello spettacolo”.
Negli ultimi anni, complice un dibattito internazionale vivace e produttivo, la nozione di partecipazione si è arricchita e complicata, insieme ai concetti di dialogo, relazione, collaborazione, contesto e intersoggettività. In questo senso, se si accoglie la prospettiva di Bishop e, in parte, di Hal Foster – due tra i critici che maggiormente si sono occupati e continuano ad occuparsi di questi temi – partecipazione, dialogo e collaborazione non costituiscono un obiettivo da raggiungere in quanto tali, ma soltanto nella misura in cui sono in grado di indagare e far emergere la complessità di sfere che toccano, ma non si limitano a coincidere con, quella artistica. Ciò comporta anche, necessariamente, il ripensamento del ruolo dello spettatore e il suo margine d’azione e intervento, dei problemi legati alla nascita di una comunità artistica (a quali condizioni si possa formare, e con quali conseguenze), dello statuto dell’opera d’arte e della sua collocazione all’interno del contesto sociale.

La diffusione del modello partecipativo, d’altra parte, non è limitata al campo artistico e curatoriale. Alla partecipazione si richiamano infatti con sempre maggiore insistenza la teoria politica, gli studi urbani, la progettazione architettonica e urbanistica nonché, naturalmente, tutte quelle esperienze concrete di autorganizzazione e protagonismo sociale che mirano a una riappropriazione e a un ripensamento radicale degli spazi urbani. A questo modello di partecipazione “dal basso” – che orienta pratiche e processi diversi e a volte in conflitto tra loro, dalle occupazioni di luoghi culturali e spazi abitativi alle associazioni in difesa (dell’ideologia) del decoro urbano – si affianca inoltre un’offerta istituzionale di partecipazione, che tende a riassorbire e neutralizzare le istanze politiche e le forme di conflittualità delle pratiche partecipative. (more…)

Pólemos no. 1, 2021: L’EUROPA DOPO IL MURO. QUALE FINE E QUALE INIZIO?

Il 1989 si è impresso come data periodizzante della storia per l’importante significato storico-epocale attribuito alla distruzione di un “muro”, un atto reale che ha acquisito un profondo significato metaforico.  Con il Muro abbattuto a colpi di piccone si chiude per molti versi la storia del Novecento, quella che ha avuto inizio nel 1917 e che ha dato forma alla vicenda contrastata e drammatica di quasi un secolo: nelle strutture materiali, nell’ideazione di un mondo nuovo possibile, nell’immaginario di grandi masse. Tramonta, con questa data, la storia del comunismo reale, della più grande filosofia della storia dell’età contemporanea incarnatasi in uno Stato, in un partito e in un’ideologia e, nella nascita di un mondo globale, sembra scomparire l’alternativa al liberalismo e al capitalismo. Nasce così una forma nuova di interdipendenza mondiale (non a caso ci si riferisce all’idea di mondo globale nella sua forma attuale proprio a partire dal 1989), che sembra provocare un esaurimento della spazialità politica e lascia intravedere un mondo unificato dalla potenza “astratta” del libero movimento dei capitali, dall’unificazione dei mercati finanziari, dalla fine dello spazio-tempo, con una comunicazione che si attua all’istante. La trasformazione, dentro lo Stato-nazione, della forma capitale nel potere flessibile e impersonale della finanza mondiale ha come ulteriore risultato la formazione di una forza-lavoro dispersa, precarizzata, desoggettivizzata che chiama in causa  una riflessione che permetta di individuare oggi il farsi delle classi e le ragioni delle loro lotte politiche nella produzione sociale del capitalismo contemporaneo, con particolare attenzione a quei movimenti dal basso che esprimono un carattere di classe all’interno di forme di soggettivazione diverse dal passato.  In questo scenario l’Europa  svolge un ruolo molto delicato: quella che dopo il 1989 avrebbe dovuto  essere un’unificazione politica ed economica, un’Unione tra Stati, con al centro l’affermazione dell’universalismo dei diritti dell’uomo, pare spesso arenarsi  in una rigida contrapposizione tra una dimensione sovranazionale e pseudofederale (con un federalismo solo monetario) e l’indirizzo politico che ancora vive nei confini degli stati nazionali, chiamando in causa urgentemente un ripensamento del concetto di democrazia e di sovranità. Infatti, la sovranità statuale, che aveva caratterizzato il sistema politico novecentesco, appare ora indebolita di fronte ai mutamenti globali, ai flussi di merci, capitali e persone, non riuscendo a ricomprenderli e governarli entro i suoi confini.  Un tale scenario comporta, inoltre, la necessità di misurarsi oggi con il fenomeno delle migrazioni, con una vera e propria dislocazione dell’umanità, con masse sterminate che fuggono da eccidi, fame, guerre. Tutto ormai alle soglie di un’Europa che non è in grado di gestire questi cambiamenti, lasciando che i populismi rispondano al suo posto, innalzando muri e ricostruendo frontiere.

Lo scopo di questo numero della rivista Polemos L’Europa dopo il muro. Quale fine e quale inizio? non è solo tematizzare e problematizzare filosoficamente questo passaggio di secolo ma, soprattutto, porre al centro della riflessione l’Europa, la configurazione che essa ha assunto dopo l’89 e il suo destino nel nuovo mondo globale, facendo particolare attenzione ad alcuni nuclei tematici, fondamentali per comprendere i cambiamenti epocali generati da quell’anno:

  • Il crollo del muro di Berlino e la crisi dello Stato-nazione come eventi simbolo della fine del Novecento europeo.
  • Globalizzazione e sovranità: dalla governance transnazionale alla geopolitica dei vaccini anti-Covid 19, quale esempio di una nuova forma di “guerra fredda”.
  • La dissoluzione del muro e la fine dell’alternativa comunista nel biennio ’89-’91.  L’esaurimento delle fenomenologie più tradizionali e “novecentesche” della lotta di classe e la sua riconfigurazione in Europa.
  • Il passaggio dal muro ai muri: i fenomeni migratori e le nuove forme di nazionalismo oggi in Europa.

 

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