Who works abstractly? The form of finality and the issue of labour in Hegel’s systematic work

2-3/2010, June ISBN: 8890413611pp. 79 - 89

Abstract

Nell’opera hegeliana, la trattazione specifica dei temi dell’economia politica si trova all’inizio della seconda sezione della terza parte dei Lineamenti della filosofia del dritto, sotto il titolo di Sistema dei bisogni, ed è in questo contesto che la specie del lavoro viene posta esplicitamente a tema. Il titolo definisce con precisione le coordinate dell’economico nella concezione generale hegeliana: i Bedürfnisse pongono l’orizzonte a cui viene costantemente ricondotta l’organizzazione sociale nelle sue attività produttive. È opportuno sottolineare fin da queste prime battute l’aggettivo sociale, dal momento che ogni attività economica è totalmente ricompresa nel più generale piano della collettività nella quale insiste, e che le sue caratteristiche organizzative vengono declinate in una strategia di costante socializzazione. È proprio adottando questa prospettiva che diviene possibile comprendere anche la differenza tra il senso del Bedürfnis e quello della Begierde, vale a dire di quel desiderio bramoso che, nella Fenomenologia dello spirito, apriva il campo dell’autocoscienza e introduceva, con la dialettica servo-padrone, il tema del lavoro in quella che ne resta la più celebre trattazione hegeliana. La Begierde sorge in una dimensione immediatamente individuale, quella di un’autocoscienza nel cui orizzonte non si è ancora affermata alcuna alterità: «l’autocoscienza, che è senz’altro per-sé e contrassegna il proprio oggetto immediatamente con il carattere del negativo, ossia è anzitutto desiderio»((G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, trad. it. di G. Garelli, Einaudi, Torino 2008, IV, §3, p. 123. )). Il Bedürfnis, invece, si pone come oggetto della scienza in quanto è uscito da questa immediatezza e si è costituito, appunto, in una dimensione sociale.
Il fine di tale bisogno è l’appagamento della particolarità soggettiva, ma nella relazione con i bisogni e il libero arbitrio di altri si fa valere l’universalità, ne segue che questo parer della razionalità in questa sfera della finità è l’intelletto, il lato che importa nella considerazione e che costituisce esso medesimo l’elemento conciliatore all’interno di questa sfera((G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, trad. it. di G. Marini e B. Henry, Laterza, Roma-Bari 2000, §189, p. 159.)).
L’annotazione che segue immediatamente questo passaggio chiarisce come sia proprio a partire da questa universalizzazione del momento particolare che il campo dei bisogni possa divenire oggetto del sapere: «l’economia politica è la scienza che ha la sua origine da questi punti di vista, ma poi deve esporre il rapporto e il movimento delle masse nella loro complicazione e determinatezza qualitativa e quantitativa»((Ivi, §189, nota, pp. 159-160. )). In questa stessa prospettiva, il sistema dei bisogni permette di mettere a proprio oggetto l’uomo stesso, che si costituisce, nella sua differenza dall’animale, a partire dalla sua peculiare organizzazione dei bisogni.

L’animale ha una cerchia limitata di mezzi e modi dell’appagamento dei suoi bisogni in pari modo limitati. L’uomo dimostra anche in questa dipendenza in pari tempo il suo andare al di là della medesima e la sua universalità, dapprima attraverso la moltiplicazione dei bisogni e mezzi, e poi attraverso la scomposizione e differenziazione del bisogno concreto in singole parti e lati, che divengono diversi bisogni particolarizzati, quindi più astratti((Ivi, §190, p. 160. Poco dopo la specificità umana dei bisogni viene ulteriormente ribadita: «la concezione secondo cui l’uomo in un cosiddetto stato di natura, in cui egli avesse soltanto i cosiddetti semplici bisogni di natura, e per il loro appagamento adoprasse soltanto mezzi come glieli concedesse immediatamente una natura accidentale, vivrebbe in libertà riguardo i bisogni, è un’opinione falsa – anche senza riguardo al momento della liberazione, la quale risiede nel lavoro – giacché il bisogno di natura come tale e l’immediato appagamento di esso sarebbe soltanto la situazione della spiritualità immersa nella natura e quindi della rozzezza e della nonlibertà, e la libertà risiede unicamente nella riflessione dell’elemento spirituale entro di sé, nella sua differenziazione dall’elemento naturale e nel suo riflesso su questo» (Ivi, §194, p. 162)).
Questo esercizio di particolarizzazione, attraverso l’introduzione di differenze e scomposizioni astratte nella concreta urgenza del bisogno, è tutt’una cosa con il lavoro.
La mediazione di preparare e di procacciare ai bisogni particolarizzati mezzi adeguati, parimenti particolarizzati, è il lavoro, il quale attraverso i procedimenti più svariati specifica per questi molteplici fini il materiale fornito immediatamente dalla natura. Questo dar forma dà ora al mezzo il valore e la sua adeguatezza al fine, così che l’uomo nel suo consumo si rapporta precipuamente a produzioni umane e sono tali fatiche, ch’egli consuma((Ivi, §196, ibid)).
A queste condizioni, il lavoro è sempre un’attività divisa, organizzata e intersoggettiva, in cui l’universale dell’umano è direttamente scomposto nel particolare della singola attività, ma in una particolarità che è in rapporto altrettanto concreto con questa universalità. A costituire la cifra specifica del lavoro non è, dunque, tanto la sua relazione al valore, secondo i termini dell’equazione classica dell’economia politica, quanto il suo statuto di momento di universalità concreta, in quanto già sempre particolarizzata attraverso la sua divisione funzionale.

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