Pólemos no. 2 2025: Ludus in fabula. Il gioco nella storia della filosofia

A cura di Tomaso Pignocchi e Francesco Giuseppe Trotta

 

«Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco: fra i segni della grandezza, questo è un presupposto essenziale» (F. Nietzsche, Ecce homo, OFN, VI-3, p. 306).

 

A partire da Nietzsche, il termine «gioco» ha assunto una specifica e centrale collocazione all’interno del pensiero filosofico. Se, nella modernità, esso trova in Kant prima e in Schiller poi i suoi due massimi rappresentanti, nell’opera di Nietzsche l’idea di gioco ha assistito a un’estensione tanto imponente dei propri confini da invadere i campi della cosmologia, dell’ontologia, della morale e della gnoseologia. «Spiel» è, infatti, uno dei termini chiave sotto cui collocare l’intero tentativo nietzschiano di rottura della metafisica. La ripresa filosofica dell’idea di gioco – o, meglio ancora, del legame tra gioco e filosofia – da parte di Nietzsche ha comportato la necessità di stabilire «come pensare dopo Nietzsche»; vale a dire, come riflettere e riconsiderare la sua critica alla metafisica e, di conseguenza, i tentativi critici della metafisica a lui successivi anche alla luce dell’idea di «gioco».

Sebbene Nietzsche rappresenti una svolta decisiva, il significato filosofico del gioco trova già una prima espressione nel pensiero greco antico, dalle visioni cosmiche di Eraclito alla dialettica di Platone. Tuttavia, è nel Novecento che queste intuizioni tornano con nuova energia, soprattutto tra quei pensatori che, in forme diverse, raccolgono l’eredità della critica anti-metafisica di Nietzsche. Una lista si rivelerebbe qui necessariamente incompleta; ma basti dire che, da Colli a Fink, da Heidegger a Benjamin e Gadamer, da Freud a Wittgenstein, da Bataille a Klossowski, da Blanchot a Derrida, da Merleau-Ponty a Axelos e Deleuze, e persino in Levinas (secondo però un rovesciamento del tutto critico), l’idea di gioco compare in molti dei punti più delicati e decisivi dell’opera di questi autori, quando in questione sembra essere la definizione di un’intera filosofia e dei suoi presupposti – è il caso, ad esempio, della critica al principio di ragion sufficiente di Heidegger, del tentativo cosmologico di Fink, della definizione derridiana di traccia, della scrittura di Blanchot, della differenza e ripetizione di Deleuze o, naturalmente, dei giochi linguistici di Wittgenstein. Insomma, la storia della filosofia del Novecento sembra mostrare non solo che l’idea di gioco è divenuta uno degli oggetti principali della sua investigazione, ma persino che il gioco è chiamato in causa ogniqualvolta “in gioco” si trova proprio la definizione della filosofia stessa. Il rapporto tra filosofia e gioco non sembra più essere, in tal senso, quello tra una disciplina e il proprio oggetto, ma quello, per usare un termine wittgensteiniano, di una «somiglianza di famiglia».

Ma di cosa parliamo quando parliamo di gioco? Si tratta di qualcosa rispetto a cui disponiamo di parole certe e categorizzazioni sicure, o il gioco è piuttosto ciò che sempre si rifiuta alla concettualizzazione? L’osservazione minima per cui in una lingua come l’inglese gioco si dice in due modi – play o game – o per cui in tedesco possiede un ampissimo spettro semantico anticipa già tutte le difficoltà di una definizione. Non è forse un caso che queste difficoltà siano speculari a quelle dinanzi a cui si trova chi voglia chiedersi “che cos’è la filosofia?”. L’impressione, in entrambi i casi, è che a essere errata sia proprio la domanda “che cos’è?”, la domanda circa l’essenza.

Il Novecento è il secolo in cui la domanda sull’essenza del gioco si è fatta – in diversi ambiti disciplinari – sempre più stringente. Opere come Homo ludens di Huizinga e Les jeux et les hommes di Caillois hanno segnato un passaggio decisivo per ogni analisi del “fenomeno” gioco. In entrambe, però, ciò che sembra emergere alla fine è l’inassegnabilità del «gioco» a una definizione univoca e conchiusa. Il «gioco», qualunque cosa esso significhi o in qualsiasi modo lo si voglia tassare o declinare – gioco infantile, gioco di parole, gioco sportivo, agon, alea, mimicry, ilinx ecc. – entra dalla porta principale per sgattaiolare pronto da quella sul retro; con esso, potremmo dire, la coperta concettuale appare sempre troppo corta. Ciononostante, se nel Novecento si è assistito al moltiplicarsi degli studi attorno al gioco, questi hanno riguardato più o meno l’intera gamma delle discipline appartenenti alle cosiddette scienze umane: dalla psicologia alla linguistica, dall’antropologia alla teologia. Il Novecento, secolo tragico, rappresenta paradossalmente anche, se così si può dire, il secolo “del gioco”.

Negli ultimi decenni, l’interesse per il gioco è andato scemando o si è parcellizzato, spostandosi nell’ambito più specifico dei Game studies o riemergendo solo occasionalmente all’attenzione dei filosofi. Ciò che si è andato però così perdendo è soprattutto il nesso problematico che può essere instaurato tra filosofia e gioco – nesso che investe, di conseguenza, tutto un modo di pensare anche la politica, l’etica e la storia della filosofia stessa. Di recente, tuttavia, soprattutto in aerea anglosassone si è assistito alla ripresa di tale problematica, attraverso lavori monografici e collettanei. Il numero che qui si presenta intende riallacciare i fili interrotti della discussione filosofica sul gioco e rilanciarne così la portata e la possibile attualità da una prospettiva congiuntamente teoretica, estetica, etica, politica e di storia della filosofia. In tal senso, esso si propone anche di offrire i lineamenti di quella che si vorrebbe chiamare una genealogia filosofica dell’idea di gioco, indagandone le scaturigini e le eclissi dal pensiero greco, passando per il pensiero latino, la filosofia medievale, quella rinascimentale e moderna fino alla contemporaneità, senza dimenticare, inoltre, il ruolo che tale idea riveste all’interno delle filosofie non occidentali.

Possibili linee di indagine includono:

  • L’idea di gioco nel Novecento e/o in pensatori del Novecento, secondo una prospettiva monografica o comparati
  • L’idea di gioco nella storia della filosofia occidentale
  • La dimensione estetica del gioco in contesti filosofici o artistici
  • Il rapporto tra gioco e politica
  • Il rapporto tra gioco e linguaggio
  • Il tema del gioco dal punto di vista della filosofia morale
  • Gioco e cosmologia
  • Indagine comparata dell’idea di gioco in culture e tradizioni diverse da quella occidentale
  • Rapporto tra gioco, filosofia e scrittura
  • La riflessione teologica sul gioco

Istruzioni per l’invio

Gli articoli, per un limite massimo di 40.000 caratteri (spazi inclusi), accompagnati da un abstract di 1000 caratteri (in italiano e in inglese), devono essere inviati all’indirizzo e-mail cfp@rivistapolemos.it entro il 15 ottobre 2025 (in uno dei seguenti formati: .doc, .docx, .odt). Inviare cortesemente articoli e abstract in un unico documento che sia adatto alla revisione anonima (double blind peer review). Sono particolarmente graditi contributi direttamente pertinenti alle linee di ricerca suggerite. Articoli concernenti aree connesse al tema saranno ugualmente presi in considerazione. Sono accettati contributi in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo

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