SULLA FACOLTA’ MIMETICA. Benjamin, Wittgenstein e il balenare dell’aspetto

6-7/2014, Gennaio ISBN: 9788898697243pp. 24 - 54

Abstract

«“Blitzen” ist dem Wort und der Sache nach: blicken.
Im Blick und als Blick tritt das Wesen
in sein eigenes Leuchten»
(M. Heidegger)
«In den Gebieten, mit denen wir es zu tun haben,
gibt es Erkenntnis nur blitzhaft.
Der Text ist der langnachrollende Donner»
(W. Benjamin)
«Der blitzartige Gedanke kann sich
zum ausgesprochenen verhalten
wie die algebraische Formel
zu einer Zahlenfolge,
die ich aus ihr entwickle»
(L. Wittgenstein)

Come l’immagine dell’angelo melanconico – l’Angelus Novus del 1920 – sintetizza ‘allegoricamente’ il senso delle Tesi sul concetto di storia, così un’altra immagine di Klee, Physiognomischer Blitz (Lampo fisiognomico)1, del 1927, potrebbe rappresentare l’ideale emblema della Notiz benjaminiana Sulla facoltà mimetica2 (1933).
Nel quadro di Klee un lampo solca la sfera celeste, tracciando il profilo di un viso: «La natura produce somiglianze» (FM, p. 71). Si tratta dell’«Aufleuchten des Aspekts», del «balenare dell’aspetto». In un Aufblitzen, fulmineamene, appunto, riconosciamo una fisionomia attraverso l’amorfo. «D’un colpo» cogliamo il senso, l’identità nella differenza. Improvvisamente vediamo il non senso come senso3, riconosciamo un ‘volto’ nella massa indistinta dei fenomeni.
La capacità di afferrare la somiglianza, di «vedere ciò che è comune» (RF, I, § 72), di riconoscere un volto nelle cose e alle cose, di «vedere qualcosa in quanto qualcosa» – il non senso in quanto senso, l’informe in quanto forma – può realizzarsi solo «blitzartig», «auf einen Schlag», in un guizzo, come per una scossa, sembra dirci Klee4 – con Wittgenstein5 e Breton6. E questa capacità non logica, ma estetica, che nell’opera d’arte si mostra in modo esemplare – nell’opera d’arte in generale, e dunque nell’opera particolare di Klee –, è la non dicibile condizione di possibilità della nostra esperienza e della nostra espressione. 7

  1. Si può vedere questo acquerello nella Teoria della forma e della figurazione (P. Klee, Das bildnerische Denken, Benno Schwabe & Co., Basel 1956; trad. it. in 2 voll., Feltrinelli, Milano 1959; l’immagine si trova nel vol. I, p. 330).
  2.  Über das mimetische Vermögen, in W. Benjamin, Gesammelte Schriften (d’ora in poi solo GS), Suhrkamp, Fr. am Main 1991, II, 1, pp. 210-213; trad. it Sulla facoltà mimetica, in W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962, pp. 71-74 (d’ora in poi solo FM). Per un inquadramento di Über das mimetische Vermögen e del coevo Die Lehre des Ähnlichen nel contesto della biografia benjaminiana, si tengano presenti le Anmerkungen di R. Tiedemann, in W. Benjamin, GS, II, 3, pp. 950-960. Il carteggio con Scholem e con Gretel Adorno nel periodo della stesura del saggio testimonia il suo stretto legame con il precedente Über Sprache überhaupt und die Sprache des Menschen, del 1916.
  3. Ovviamente facciamo riferimento qui ai concetti di «balenare improvviso dell’aspetto», «afferrare di colpo» e «vedere come» del capitolo XI della seconda sezione delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein (sull’afferrare di colpo cfr. anche RF, I, §§ 191, 318, 319, 320, 321). Citeremo dalle Ricerche filosofiche nell’edizione Einaudi, Torino, 1983, d’ora in poi solo RF (ed. or. Philosophische Untersuchungen, 1945-1948, Blackwell, Oxford 1953, poi in L. Wittgenstein, Werkausgabe, Band I, Suhrkamp, Fr. am Main 1993). Sulla questione del senso, e sull’interconnessione di afferrare «di colpo» (mit einem Schlage) come forma del comprendere, «balenare dell’aspetto», «vedere ciò che è comune» (das Gemeinsame sehen) e «vedere qualcosa in quanto qualcosa» (etwas als etwas sehen) nel ‘secondo’ Wittgenstein cfr. sin d’ora G. Di Giacomo, Dalla logica all’estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein, Pratiche, Parma 1989.
  4. Intendiamo dunque Physiognomischer Blitz come una sorta di emblema della facoltà simbolico-mimetica originaria, una «figurazione» di quello sguardo primitivo e istantaneo che in un lampo scorge con stupore un senso, una fisionomia nell’amorfo forse il volto della stessa divinità del lampo, forse un ritratto stilizzato di Zeus, come suggerisce R. Meyer-Kalkus (Stimme und Sprechkünste im 20. Jahrhundert, Akademie-Verlag, Berlin 2001, pp. 71 ss.). Ovviamente altre interpretazioni sono possibili. Lo stesso Klee, anzitutto, intende quest’opera nel senso puramente formale di un campo di tensioni equilibrate tra linee curve e rette (v. nota prec.), ovvero come un esemplare esercizio figurativo. In questo senso Boulez individua nel Lampo fisiognomico «il simbolo stesso dell’immaginazione di Klee» (P. Boulez, Le pays fertile. Paul Klee, Gallimard, Paris 1989; trad. it. Il paese fertile. Paul Klee e la musica, Abscondita, Milano 2004, p. 98). Nel suo A Short History of the Shadow (Reaktion Books, London 1997; trad. it. Breve storia dell’ombra, il Saggiatore, Milano 2000, pp. 222-223) V. Stoichita interpreta invece il fulmine nero che solca il cerchio del volto come l’ombra del suo profilo. L’unità solare del personaggio sarebbe dislocata, e l’ombra, invece che dissociarsi dal viso, lo commenterebbe, ironicamente, dall’interno. Facendo riferimento al Blumenberg di Nachahmung der Natur. Zur Vorgeschichte der Idee des schöpferischen Menschen (ora in H. Blumenberg, Ästhetische und metaphorologische Schriften, Suhrkamp, Fr. am Main 2001, pp. 9-46), B. Marx riconosce nel Lampo fisiognomico un’immagine esemplare per comprendere l’intera filosofia di Klee, vale a dire la sua visione dell’esperienza umana, come «Bei- und Ineinandersein» di interno ed esterno, soggetto e oggetto, spirito e natura (B. Marx, Balancieren im Zwischen: Zwischenreiche bei Paul Klee, Königshausen & Neumann, Würzburg 2007, pp. 57-58). Inutile dire che sul rapporto simbolico tra fulmine e sguardo – e sulla forma di ‘mediazione’ del serpente: «mit einem Schlage» e «mit einer Schlange» si intrecciano – vi è un sentiero sotterraneo, antropologico e storico-artistico, che passando per Roscher (W.H. Roscher, Die Gorgonen und Verwandtes, B.G. Teubner Verlag, Leipzig 1879; ora Book on Demand, Miami 2013, cap. III e cap. VI) arriva al Warburg dello Schlangenritual (in «Journal of the Warburg Institute», II, 1938-1939, pp. 222-292; ora ed. Wagenbach, Berlin 1988; trad. it. Il rituale del serpente, Adelphi, Milano, 1998); sul tema cfr. anche N. Gess, «So ist damit der Blitz zur Schlange geworden». Anthropologie und Metapherntheorie um 1900, «Deutsche Vierteljahrsschrift für Literaturwissenschaft und Geistesgeschichte», vol. 83, n. 4, Cotta Verlag, Stuttgart 2009, pp. 643-666.
  5. L’immagine di un volto/saetta, compare tra l’altro non casualmente nelle Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie di Wittgenstein (Basil Blackwell, Oxford 1980, II, § 219;trad. it. Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano 1990, pp. 382-383, d’ora in poi solo OFP) proprio tra due paragrafi dedicati al «lampo del pensiero» (OFP, § 215) e alla «fisionomia del pensare» (OFP, § 221).
  6. «C’est la plus belle des nuits, la nuit des éclairs», la «notte dei lampi», scrive Breton, a proposito dell’immaginazione, nel primo Manifeste du surréalisme del 1924 (Éditions du Sagittaire, Paris). E che l’immaginazione, in quanto strumento del «voyant», sia l’organo dell’«analogie universelle», della «correspondance», della mimesis immateriale, è ovviamente eredità baudelairiana (cfr. del resto Das Passagen-Werk, in GS, V, 1-2, annotazioni J 8 e J 31a, 5; trad. it. Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1986). Torneremo più avanti sul nesso tra facoltà mimetica e immaginazione. Impossibile, tuttavia, non evidenziare qui come il concetto di «profane Erleuchtung» del saggio benjaminiano sul surrealismo del 1929 (Der Surrealismus. Die letzte Momentaufnahme der europäischen Intelligenz, ora in GS, II, 1, pp. 295-310; trad. it. Il surrealismo. L’ultima istantanea sugli intellettuali europei, in Ombre corte. Scritti 1928-1929, Einaudi, Torino 1993, pp. 253-268) sia strettamente connesso a quello di «mimetisches Vermögen» e di «unsinnliche Ähnlichkeit». Sul tema cfr. ad es. M. Cohen, Profane illumination. Walter Benjamin and the Paris of surrealist revolution, University of California Press, Berkeley 1993; J. Fürnkäs, Surrealismus als Erkenntnis. Walter Benjamin – Weimarer Einbahnstraße und Pariser Passagen, Metzler, Stuttgart 1988 (in partic. parte III); M. Pezzella, L’immagine dialettica. Saggio su Benjamin, ETS, Pisa 1982, pp. 43-49; E. Guglielminetti, Walter Benjamin. Tempo, ripetizione, equivocità, Mursia, Milano 1990, pp. 178 ss.; G. Carchia, La méta- critique du surréalisme dans le «Passagen-Werk», in H. Wismann (a cura di), Walter Benjamin et Paris. Colloque international 27-29 Juin 1983, Cerf, Paris 1986, pp. 173-178; M. Ponzi, Benjamin e il surrealismo. Teorie delle avanguardie, in C. Graziadei, A. Prete, F. Rosso Chioso, V. Vivarelli (a cura di), Tra simbolismo e avanguardie. Studi dedicati a Ferruccio Masini, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 295-319.
  7. Facciamo riferimento qui alla prospettiva di E. Garroni, del quale si vedano Senso e paradosso, Laterza, Roma-Bari, 1986; Questione estetica e domanda fondamentale, in «Archivio di Filosofia», nn. 1-3, 1989, pp. 21-49; Estetica. Uno sguardo attraverso, Garzanti, Milano 1992; L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica e di critica, Laterza, Roma-Bari 2003.
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