Presentazione: La Serie delle Azioni

1/2006, Febbraio ISBN: 88-901301-0-5pp. 5 - 7

Abstract

Questo primo numero monografico della rivista «Pólemos» è dedicato a Hegel e al rapporto tra il suo pensiero e la filosofia pratica. La grande speculazione dell’autore della Scienza della logica e dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche ha sempre rivendicato la propria natura di pensiero del mondo. E questo ha significato, come tutti sanno, una potente affermazione dei «diritti coloniali» della filosofia sui campi del sapere più diversi, già incamminati, all’inizio del XIX secolo, verso gli specialismi e le epistemologie regionali.
Non si è mai trattato, nemmeno all’inizio, di un’operazione culturale esente da critiche. L’atteggiamento dispotico, e tendenzialmente astratto, della filosofia hegeliana è stato mille volte denunciato dai suoi critici, a partire dal vecchio Schelling in poi. Queste critiche hanno tuttavia sempre dovuto misurarsi con il fatto che, in Hegel, la tendenza a subordinare ogni momento o espressione della vita al più alto diritto sintetico del suo spirito assoluto, conviveva con un gusto del particolare, con un piacere del dettaglio e della concretezza quali raramente potevano rinvenirsi anche nei più grandi filosofi del passato.
Ciò è tanto più vero per le questioni relative all’etica. Esse sono ogni volta «sistemate» da Hegel nel contesto della sua ontologia dello spirito. Ma è persino banale rammentare che la sistematica hegeliana sorge con l’ambizione di costituire una sintesi del cammino compiuto dalla civiltà europea, dopo il giro di boa della Rivoluzione francese. La realtà è razionale perché strutturata su rapporti giuridici, morali e politici basati su costanti fisse, testate a lungo sulla scala allargata dello Stato moderno. Lo stesso sistema dei bisogni, così evidentemente caratterizzato dalla ricerca dell’interesse particolare, alimenta una dipendenza reciproca degli individui, stimola uno sviluppo universale e pubblico dei talenti, che rendono l’intreccio turbolento delle volontà singolari un’«operare di tutti e di ciascuno»1.
Ebbene, prendere coscienza di questa razionalità implica un certo effetto di padronanza sul proprio passato, sul proprio pensiero, sulla propria condizione individuale. Ma è un effetto che non illumina, come un sole meridiano, quel «terreno della finitezza» caratteristico comunque dello «spirito oggettivo»2. Il soggetto andrà giudicato e valutato seccamente sulla base dell’opera depositata «come effettualità nell’elemento dell’essere»3. E l’azione storica non potrà appellarsi né a motivazioni interne, né a una regola ricavabile da una qualche necessità, pure operante dietro le spalle dell’agente. È la croce e la delizia della nottola di Minerva, «che inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo»4. I popoli, i potenti popoli i cui spiriti scandiscono il percorso della civiltà occidentale, «non hanno mai appreso nulla dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da essa»5. D’altra parte, il tanto decantato governo razionale prussiano costituisce a sua volta una «besondere Weisheit», «una sapienza particolare, non la provvidenza universale»6, giacché, se non bastasse il problema rappresentato da quell’«eccesso di ricchezza» che rende la società civile «non ricca abbastanza» per ovviare all’eccesso di povertà7, gli è comunque preclusa la chiaroveggenza dei flutti della politica internazionale, riluttanti ad acquietarsi in paci perpetue di stampo kantiano.
Il pensiero del mondo hegeliano, che si vuole e si presenta come pensiero influente, non si accredita insomma come ricettario etico rassicurante o soporifero. Gli è propria, anzi, una problematicità che deriva esattamente dalla problematicità intrinseca alla struttura dell’azione umana. Dire, poi, che in Hegel questi nodi sono regolarmente sciolti nel flusso preordinato del suo «Weltgeist», può significare svalutarne la drammaticità, ma può anche significare prendere atto che, con i mezzi e le forme culturali tipiche del suo tempo, egli ha in ogni caso optato per uno sguardo sull’individuo fondato (realisticamente e senza sconti soggettivistici) sul peso della relazione interumana che lo costituisce come tale.
Ora, questo numero di «Pólemos» non propone un ingenuo rilancio, fuori tempo massimo, di tematiche filosofiche logorate dal tempo. Almeno da due decenni a questa parte, il pensiero hegeliano risulta circondato da un clima di disinteresse culturale piuttosto accentuato. Sembrerebbe trattarsi di un grande ciclo negativo, fortemente legato all’eclisse dei pensieri egemoni nel Novecento. Hegel, che pure aveva constatato il prevalere, nel mondo moderno, della rettitudine sulla virtù, è sempre tornato di attualità in presenza di quelle «straordinarie circostanze e collisioni» dei rapporti sociali in cui, appunto, «la virtù vera e propria ha la sua collocazione». Ma, almeno in Europa, le contraddizioni laceranti del nostro tempo hanno smesso di presentarsi come scontro consapevole di interessi e culture. È un terreno che non favorisce l’interesse per Hegel, filosofo lontano quant’altri mai da quella particolare «riflessione morale» che (sempre capace di rinascere in nuove forme) «può crearsi collisioni per ogni dove e darsi la coscienza di qualcosa di particolare e di sacrifici compiuti»8.

Gli autori degli articoli pubblicati nella rivista sono consapevoli di questa situazione. Essi paiono tuttavia convinti che lo sguardo hegeliano sulla filosofia pratica rappresenti una fonte di domande e di stimoli intellettuali in grado di interagire «anche» con il nostro tempo, così incline a problematiche morali costruite all’incrocio fra scetticismi, formalismi etici e religione. Studiosi illustri, docenti sperimentati e giovani ricercatori si sono pertanto cimentati con alcuni luoghi, più o meno classici, dell’etica del filosofo di Stoccarda. Ne è emersa, da un lato, la rinnovata constatazione del suo potente ed esigente realismo. Ma non è mancata, dall’altro, la sottolineatura di una capacità di descrizione e osservazione della condizione umana che rende Hegel assolutamente contemporaneo.

Il prossimo numero sarà dedicato a Marx.

  1. G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes, Hamburg 1952; trad. it. di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, Firenze 1963, vol. I, p. 347.
  2. Id., Enzyclopädie der philosophischen Wissenshaften im Grundrisse, Hamburg 1975, § 483; trad. it. di A. Bosi, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Torino 2000, vol. III, p. 352.
  3. Id., Fenomenologia, cit., vol I, p.333.
  4. Id., Grundlinien der Philosophie des Rechts, Berlin 1940; trad. it. di G. Marini e B. Henry, Lineamenti di filosofia del diritto, Roma-Bari 1999, p. 17.
  5. Id., Vorlesungen über die Philosophie der Weltgeschichte, Leipzig 1919-1920; trad. it. di G. Calogero e C. Fatta, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze 1963, vol. I, p. 201.
  6. Id., Lineamenti di filosofia del diritto, cit., § 337, p. 263.
  7. Ivi, § 245, p. 188.
  8. Ivi, § 150, p. 136.
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