PASSIVITÀ E PROTAGONISMO STORICO DEGLI ARABI. Alcune considerazioni con Edward Said e Abdallah Laroui

2-3/2010, Giugno ISBN: 8890413611pp. 206 - 216

Abstract

In questo lavoro si prenderanno in considerazione alcune riflessioni sugli Arabi e sul mondo arabo da parte di due autori di spicco, quali E. Said1 e A. Laroui2, che costituiscono una reazione, se non proprio una risposta, ad alcune visioni presenti nella pubblicistica e negli studi soprattutto occidentali. Non ci si concentrerà, quindi, sulle varie teorie e immagini più o meno distorte prodotte da detta pubblicistica, ma soprattutto sulle argomentazioni dei due autori, che, pur nella loro diversità di prospettive, si occupano in modo esplicito del difficile intreccio tra consapevolezza di sé e rapporto con l’Altro. Come è noto, negli ultimi decenni si è sviluppato un appassionato dibattito sul legame della visione europea dell’Oriente con colonialismo e imperialismo, grazie al quale l’“Oriente” si è mostrato sempre più come un prodotto dello sguardo europeo etnocentrico3. Su questo tema nel corso degli anni si sono moltiplicati lavori, utili alla presa di coscienza di quello che si trovava e a volte ancora si trova a monte della rappresentazione occidentale del mondo orientale. In questa sede non si entrerà se non indirettamente in questo vasto campo, anche perché gli scritti qui presi in considerazione risalgono ad un periodo in cui il dibattito non aveva ancora preso la direzione attuale. Questo non impedirà di muoversi, comunque, in un quadro fatto di intrecci complessi tra visione di sé e visione dell’altro, tradizione e acculturazione, per evidenziare alcuni nodi e richiamare l’attenzione su una serie di percorsi critici che ancora oggi stentano ad essere recepiti a pieno, essendo rimasti prerogativa di alcuni ambiti settoriali, come la critica letteraria o l’orientalistica. In particolare, qui vogliamo richiamare l’attenzione su alcune costruzioni che attribuiscono agli Arabi la caratteristica dell’incapacità di compiere azioni storiche innovatrici, significative, o anche della passività e inerte attaccamento alla tradizione. Questo tipo di definizioni, infatti, sono ricche di implicazioni e per questo si prestano bene a mostrare come sono costruite alcune visioni – e come decostruirle. L’idea di azione ha avuto e ha tuttora un ruolo centrale, positivo, nel pensiero filosofico e politico, così, parallelamente passività, inerzia e incapacità di agire sicaricano di significato negativo. L’azione in senso forte, significativa, “storica”, si lega alla libertà e all’autodeterminazione dell’individuo (o di un popolo), che modifica il proprio mondo secondo un progetto, e a sua volta queste si legano alla razionalità, alla capacità di intendere il proprio vantaggio (o quello comune) e la situazione nella quale si sta agendo. Basti pensare a Hegel, per il quale il grande realizzatore è colui che sa cogliere e trar fuori la razionalità che è già nelle cose. Libertà e umanità sono spesso legate ad un certo tipo di azione, intesa come creazione, negazione dialettica del dato4. Se l’azione storica, realizzatrice, è questa autodeterminazione e appropriazione del mondo, l’incapacità di compiere azioni così connotate si può facilmente legare all’idea di una necessità di tutela, di una razionalità o umanità non completa o comunque “diversa”. Se questa incapacità è attribuita ad un popolo (gli Arabi) o ad un insieme di popoli (gli Orientali) verso i quali si hanno mire colonialiste o di assoggettamento l’operazione appare sospetta. La caratterizzazione degli Orientali attraverso l’inerzia (passività, fatalismo) si diffonde soprattutto nel periodo coloniale e coinvolge pensatori di rilievo. Basti pensare, ad esempio, all’idea di ‘inerzia’ attribuita all’Impero Ottomano da Hegel5 e alla vita «stagnante, vegetativa» e al «modo di esistere passivo»6 che Marx attribuisce alle comunità di villaggio indiane. Vedremo così le critiche ad alcune costruzioni/affermazioni di questo tipo da parte di due intellettuali arabi molto diversi, quali sono E. Said e A. Laroui. Di Said si prenderà in considerazione soprattutto il saggio Shattered Myths 7 e di Laroui La crise des intellectuels arabes8. Centrale sarà in tutti e due la critica al metodo: generalizzazione, essenzializzazione, soggettivismo, presupposti eurocentrici. Edward Said, come è noto, è stato uno dei protagonisti del dibattito sulla visione occidentale dell’Oriente e artefice della definizione di ‘orientalismo’, di cui si diceva sopra. Nel saggio qui preso in considerazione, parte dalla constatazione di un’azione da parte araba, che è la Guerra del 1973 e la usa per evidenziare la presenza del ‘mito’ della passività araba, apparentemente basato sulla presunta incapacità caratteriale da parte degli Arabi di compiere azioni razionali, ma, di fatto, specchio di una situazione che vede gli Arabi come ‘oggetti’ di studio e mai come ‘soggetti’. Said si muove sul piano della cultura e della demistificazione, dove il suo contributo è stato ed è tuttora dirompente. Abdallah Laroui nella sua analisi mostra come la storia stessa, il passato, possa diventare fattore di blocco, quando si cristallizza un suo momento, che diventa punto di riferimento fisso, obbligato, come ‘cultura’ o ‘tradizione’. Nel caso di Laroui vedremo che alla parte critica si accompagna una parte propositiva, che si appoggia all’idea di ‘ritardo storico’. Laroui ha di mira la possibilità della rivoluzione in senso marxista e la visione che propone è quella di una storia sensata, orientata e unica, nella quale va conquistato il proprio posto. Questa lettura è interessante, poiché rompe con le posizioni culturaliste e relativiste, e le presenta nel loro aspetto ideologico rispetto alla realtà politica ed economica. Come si vede da questi brevi cenni, le opere prese in considerazione, nonostante risalgano agli anni Settanta del ’900, sono tutt’altro che “datate”, poiché riflettono la freschezza di una polemica in atto e presentano in nuce i tratti essenziali e i nodi (politici, culturali, economici) del presente, in un momento in cui l’esito non era ancora deciso. Tutti e due mettono apertamente in dubbio l’idea che il mondo arabo sia incapace di rinnovamento, ma soprattutto l’idea che l’uomo arabo abbia una razionalità diversa, tutta sua. Rispetto a questo prendono una posizione molto chiara contro l’assolutizzazione astratta delle differenze, e sottolineando decisamente, anche se in modo diverso, la comunicazione e il confronto tra le esperienze e gli uomini.

  1. Nato nel 1935 e deceduto nel 2003, palestinese, è stato professore di Letterature comparate alla Columbia University e autore, tra l’altro, dell’ormai classico Orientalismo, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano 1978.
  2.  Nato nel 1933, marocchino, è stato professore di Storia all’università di Rabat. Si è occupato, tra l’altro, di storia del Marocco, di pensiero arabo contemporaneo e del rapporto tra Islam e storicità.
  3. Edward Said parla così di “orientalismo”, con il che non si intende solo ciò che concerne la disciplina che si occupa dello studio dell’Oriente (l’orientalistica), che sarà certamente al centro delle polemiche, ma anche un atteggiamento mentale più generale, che coinvolge tutti i campi della cultura e che si vuole caratterizzato, oltre che da etnocentrismo, da un atteggiamento generalizzante ed essenzialista, anche nel modo stesso di concepire la distinzione tra un ‘Oriente’ e un ‘Occidente’.
  4. Cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, trad. it. di G. Frigo, Adelphi, Milano 1996, pp. 613-14. Si pensi anche alla filosofia di Fichte, dove caratteristica del soggetto, dell’Io, è la libera attività infinita.
  5. Cfr. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, trad. it. di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1963, vol. IV, p. 50.
  6. Cfr. K. Marx, La dominazione britannica in India, in K. Marx – F. Engels, India Cina Russia, trad. it. di B. Maffi, Il Saggiatore, Milano 1960, p. 61.
  7.  E. Said, Shattered Myths, in Naseer H. Aruri (a cura di), Middle East Crucible. Studies on the Arab-Israeli War of October 1973, Medina University Press, Wilmette Illinois 1975, pp. 408-447. Parte del saggio è ripresa nella parte finale di Orientalismo.
  8. A. Laroui, La crise des intellectuels arabes, Maspero, Paris 1974.
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