L’AZIONE E IL SUO PERDONO. Sulla filosofia della storia di Hegel

1/2006, Febbraio ISBN: 88-901301-0-5pp. 26 - 53

Abstract

Che cos’è sacro?? Ciò che
molte anime insieme lega.
(J.W. GOETHE, Jahreszeiten, distico 76)

La filosofia della storia è l’ambito del pensiero hegeliano che ha attirato più critiche: raramente è riuscita a emanciparsi da una diffidenza che anzi, nel tempo, è divenuta sempre più ampia e decisa1. In genere la trattazione della storia è ritenuta particolarmente legata alla fase più matura del sistema hegeliano, l’espressione di un Hegel anziano, che sembra aver abbandonato del tutto gli entusiasmi giovanili per la Rivoluzione francese e che dopo la sconfitta di Napoleone «subisce» la Restaurazione e finisce con l’identificarsi con lo Stato prussiano. Questa lettura riduce però il problema alle lezioni che Hegel tiene a Berlino dal 1822-23 fino alla sua morte e trascura un aspetto filosoficamente decisivo: la questione della storicità coinvolge l’impostazione stessa della speculazione hegeliana già a partire dagli anni giovanili e trova nella Fenomenologia dello spirito il suo luogo più significativo 2. Quel che mi propongo in questa sede è proprio di mettere in luce la connessione fra la filosofia della storia e la Fenomenologia, cercando di mostrare come quest’ultima svolga un vero e proprio lavoro di fondazione nei riguardi di ciò che Hegel chiama la «storia concettualmente intesa»3. Solo in questo modo ci si potrà orientare nel «conflitto delle interpretazioni» sulla filosofia della storia, evitando di cadere in un riflesso condizionato negativo, che conduce semplicemente a riprodurre i motivi polemici più tradizionali. La maggior parte delle critiche sottolinea che in Hegel abbiamo una rappresentazione della storia a senso unico, dominata da un presupposto finalistico che funge da principio di orientamento per un progresso lineare e inarrestabile, il quale si mostra largamente sconfessato dalla dura realtà dell’effettivo corso storico. Si denuncia inoltre il fatto che, attraverso il discorso sull’astuzia della ragione, la storia sarebbe letta lungo il filo conduttore della secolarizzazione della provvidenza e che, quindi, Hegel verrebbe a offrirci una vera e propria teologia della storia. In generale, il ruolo assegnato allo Stato e l’uso di categorie totalizzanti come quelle di spirito del mondo e di spirito del popolo testimonierebbero il «cinismo» di Hegel, il suo proclamare «tanto peggio per gli individui», finendo col presentare la storia come un progresso che si realizza a spese dei singoli. L’argomento di maggiore rilievo avanzato contro la filosofia della storia di Hegel riguarda, però, il suo implicare un compimento definitivo, dando vita a una totalità chiusa che, almeno implicitamente, si presta a giustificare una tesi altamente problematica come quella della «fine della storia»4. Questo punto di arrivo non sarebbe che la conseguenza dell’intendere la storia come una manifestazione dello spirito, come un suo cercarsi e trovarsi, fino al pieno raggiungimento di sé. Lo spirito, infatti, può essere tale solo se si è già da sempre raggiunto, rendendosi trasparente come assoluto, come una totalità onnicomprensiva che include ogni alterità. In questo modo alla filosofia non resterebbe che acquietarsi di fronte a una compiutezza ormai dispiegata e prenderne atto, costringendosi a decretare la fine di ogni conflitto e l’impossibilità del sorgere di qualcosa di nuovo e di significativo.

  1. Per una rapida ma profonda messa a fuoco della problematica hegeliana della storia, si veda C. Cesa, La storia, in Aa.Vv., Guida a Hegel, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 281-313. Cesa, a proposito del fatto che Hegel faccia coincidere «das Politische» con lo spirito del popolo (cfr. G.W.F. Hegel, Vorlesungen. Ausgewählte Nachschriften und Manuskripte, Bd. VI, Meiner, Hamburg 1983 sgg., p. 60), distingue due versanti, uno istituzionale e un altro etico-antropologico, come caratterizzanti la realtà del «politico» (C. Cesa, op. cit., p. 295). Il presente lavoro tenterà proprio di mettere in luce quale sia il ruolo di questa dimensione etico-antropologica nella filosofia della storia.
  2. Hegel tiene corsi semestrali di filosofia della storia dal 1822-23 fino al 1831, anno della morte. In italiano abbiamo, come traduzione classica, quella di G. Calogero e C. Fatta: G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 4 voll., La Nuova Italia, Firenze 1941-63, che si riferisce a Id., Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, hg. von G. Lasson und J. Hoffmeister, Meiner, Hamburg 1917-1955 (in questo lavoro seguirò questa edizione indicandola con la sigla FS, seguita dal numero della pagina del testo tedesco e poi della traduzione italiana). Sono di recente disponibili in italiano: Id., Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Bonacina e L. Sichirollo, Laterza, Roma-Bari 2003, condotta sull’edizione ottocentesca del figlio di Hegel; Id., Filosofia della storia universale. Secondo il corso tenuto nel semestre invernale 1822-23, con introduzione di S. Dellavalle, Einaudi, Torino 2001.
  3. Questa espressione compare al termine del capitolo su «Il sapere assoluto» della Fenomenologia (Id., Phänomenologie des Geistes, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1970, p. 591; trad. it. di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, Firenze 1998, p. 496; d’ora in avanti FdS e l’indicazione della pagina dell’edizione tedesca e poi della traduzione italiana).
  4. È Alexandre Kojève a parlare esplicitamente di fine della storia all’interno della sue famose lezioni sulla Fenomenologia dello spirito; cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, trad. it. di G. Frigo, Adelphi, Milano 1996. Per una critica all’uso indiscriminato di questa nozione cfr. O. Pöggeler, Da Hegel a Fukuyama. Un liberalismo nobile? In Aa. Vv., Individuo e modernità. Saggi sulla filosofia di Hegel, Guerini e Associati, Milano 1995.
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