LAVORO FATTO AD ARTE. Dialogo ipotetico tra Richard Sennett e Carlo Sini

2-3/2010, Giugno ISBN: 8890413611pp. 49 - 61

Abstract

Questo breve studio analizza la questione del lavoro a partire da due testi di riferimento: L’uomo artigiano di Richard Sennett1, e L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto2 di Carlo Sini. Entrambi hanno come retroterra filosofico il pragmatismo americano, nel caso di Sennett il pensiero di John Dewey, in quello di Sini il pragmatismo di Charles S. Pierce. Secondo l’ipotesi che guida questo studio, le due opere condividono un’istanza di fondo: il lavoro non è un’azione di tipo subordinato ma determina l’essere dell’uomo in quanto tale. L’essere umano è perciò un animal laborans. Facendo dialogare i due testi è possibile analizzare tre prospettive problematiche interconnesse: 1) la relazione tra sfera politica e sfera lavorativa; 2) il rapporto tra la comunità dei lavoratori e la tecnica; 3) la possibilità di un’azione lavorativa che sia in grado di dare vita a una nuova dimensione pubblica.

Il produttore di cose deve essere orientato dalla politica, come sostiene Hannah Arendt in The Human Condition 3? La paura nei confronti degli artefatti, della tecnica, delle ‘protesi’ umane risale al mito di Pandora, inviata da Zeus sulla terra a seguito della trasgressione di Prometeo. Esiodo in Opere e giorni la definisce «sciagura degli uomini laboriosi»4. E il vaso di Pandora, una volta scoperchiato, disperde disgrazia, morte, malattia e speranza. È iscritta in una cultura basata sugli artefatti la possibilità dell’autodistruzione? Il rischio è noto da tempo e proviene, secondo i pensatori greci, dal thaumazein umano. La paura nei confronti della tecnica giunge fino al terrore destato dalla possibilità di creare – attraverso la microelettronica – automi in linea teorica indipendenti dagli uomini. Una volta scoperchiato il vaso di Pandora, curiosità e colpa vanno insieme, così come speranza e sciagura. È per questo che Arendt sostiene che a dover giudicare e dar senso al lavoro umano e ai suoi artefatti sia il discorso pubblico. Nel suo ultimo libro, L’uomo artigiano, Richard Sennett, allievo della Arendt, ricorda come la maestra ritenesse necessario discutere pubblicamente l’impiego delle tecnologie. Sottolinea anche – riprendendo The human condition – come, in base alla concezione arendtiana, l’unica dimensione in cui gli uomini non sono gli uni per gli altri meri oggetti fisici sia quella politica, contraddistinta dal discorso e dall’azione5. Ciò significa da una parte asserire l’autonomia della sfera politica rispetto a quella lavorativa e sociale, concezione che si iscrive in un lunga e prestigiosa tradizione che risale a Machiavelli, in cui la politica viene intesa come arte di governo; dall’altra, implica l’appartenenza a un filone di pensiero liberale in base a cui le leggi sono sempre transitorie poiché frutto di un processo deliberativo, di discussione, e da esso quindi revocabili e sostituibili.

  1. R. Sennett, L’uomo artigiano, trad. it. di A. Bottini, Feltrinelli, Milano 2008.
  2. C. Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto, Bollati Boringhieri, Torino 2009.
  3.  H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, trad. it. di S. Finzi, Bompiani, Milano 2008.
  4. R. Sennett, L’uomo artigiano, cit., p. 11.
  5.  Ivi , p. 13.
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