LAVORO E COMUNISMO ne Il capitale di Karl Marx

2-3/2010, Giugno ISBN: 8890413611pp. 261 - 279

Abstract

La categoria di lavoro ricopre un’indubbia centralità ne Il capitale di Karl Marx, è quasi tautologico sottolinearlo. Il ragionamento che qui si intende sviluppare vuole partire appunto dalla centralità di tale nozione in alcune parti significative del I e del III libro – in tutta la complessità del suo significato: sia come lavoro individuale che come lavoro sociale, e sia come Marx lo considera in generale, cioè come il processo di ricambio organico tra uomo e natura che caratterizza la nostra specie, sia nello specifico, come lavoro storicamente determinato sotto regime di produzione e riproduzione capitalistica –, al fine di chiarificare una possibile interpretazione della concezione comunistica marxiana così come si evince dai pochissimi luoghi in cui Marx ne accenna in quella che è considerata la sua opera principale. Tale centralità della nozione di lavoro costituisce, d’altronde, l’elemento costante che percorre quasi tutto il pensiero di Marx: il lavoro viene concepito come base dell’agire e del pensare umani. Già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 appare un’accezione di tipo essenzialistico della nozione di lavoro, nel senso più ampio e astratto dell’attività umana diretta a un fine. Il carattere specifico dell’uomo è costituito dalla libera attività consapevole diretta dalla volontà a un fine, e dunque la “vita generica” dell’uomo, la sua essenza di genere, coincide con la sua vita produttiva. Attraverso la finalizzazione cosciente della propria attività vitale, l’uomo si realizza in quanto ente generico, e cioè l’uomo lavora e forma il mondo oggettivo; tuttavia, nel mondo del lavoro alienato per il lavoro operaio si inverte il rapporto tra essenza ed esistenza generica dell’uomo, e quest’ultima da fine diventa mezzo della semplice esistenza, della sopravvivenza fisica. Marx in un certo senso qui esalta la materialità del lavoro e dei suoi prodotti in quanto forze essenziali umane (quest’oggettività impersonale dell’enorme raccolta dei prodotti del lavoro umano), ma la concezione generale di fondo che emerge è senz’altro quella del lavoro quale essenza stessa della vita umana. L’operare umano pensato nella sua completezza è la realizzazione di un’armonizzazione cosciente e pratica dei mezzi e dei fini dell’agire degli individui. Però, dice Marx, il lavoro sotto la proprietà privata capitalistica è appunto alienato, e sia il prodotto che il processo del lavoro si trovano estraniati dai produttori medesimi, di modo che la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale (dove quest’ultimo comprende anche la politica, il diritto, la religione) viene a caratterizzarsi in questa specifica forma capitalistica della divaricazione tra esistenza materiale ed esistenza universale dell’uomo. Proprio la determinazione di una prassi in grado di contrastare le conseguenze della divisione sociale del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale contraddistingue poi la definizione del comunismo nell’Ideologia tedesca. La praxis rivoluzionaria apre la prospettiva di un orizzonte comunistico nel quale si ipotizza l’abolizione di ogni attività esclusiva, e cioè di un’organizzazione della società che «regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico»1. L’orizzonte comunistico è qui caratterizzato dunque dal contrasto agli effetti della divisione sociale del lavoro e dalla prospettiva del suo superamento, e consisterebbe nella regolazione generale, da parte degli uomini, dell’intera attività produttiva, e quindi nella riappropriazione, da parte dell’uomo, della propria essenza, generalmente identificata con quella che è la ricchezza qualitativa dell’estensione del produrre e del creare umano da parte degli individui. Nelle opere marxiane della maturità, però, avviene una consistente evoluzione del nesso tra lavoro produttivo e ipotesi comunista: non tanto la libertà dell’agire produttivo degli individui caratterizza tale possibilità, ma piuttosto la suddivisione del lavoro necessario al ricambio organico con la natura da parte della stessa comunità, una proporzionalità finalizzata, nella determinazione delle sue condizioni scientifiche e tecniche, a diminuire i tempi di realizzazione e l’intensità dell’impegno fisico nella produzione materiale. Ora l’idea marxiana è questa: il controllo degli individui associati sui mezzi e sui fini della loro produzione crea le condizioni per un libero sviluppo delle individualità, oltre il limite costituito dalla necessità della produzione materiale, in campo scientifico, artistico, o nella socializzazione, ecc.. Sembra allora che la prospettiva comunistica di Marx ponga l’accento adesso non tanto sul lavoro, quanto sul tempo liberato dal lavoro, dunque su un nuovo tipo di organizzazione del tempo reso libero per lo sviluppo delle capacità individuali: lo sviluppo della specie, delle società umane, si accompagna allo sviluppo individuale, di tutti. Questa è anche la concezione comunistica che, come vedremo, traspare dalla lettura de Il capitale. Nell’intera opera, com’è noto, non c’è spazio per una vera e propria teoria del comunismo. Gli accenni marxiani alla concezione della trasformazione della società in senso socialista o comunista sono molto rari, e partono sempre dal terreno economico e storico-politico della lotta di classe (la necessità della lotta per la riduzione della giornata lavorativa), concepita quindi nella chiave del rapporto tra lavoro necessario e pluslavoro, e dunque del rapporto economico tra capitale variabile e plusvalore. La possibilità di un’altra organizzazione della società compare allora quasi sempre come la riflessione su un’ipotesi, la cui direzione necessaria (ma questa necessità non è però del tutto dichiarata espressamente) sta nelle stesse condizioni storiche di produzione e riproduzione proprie del capitalismo nelle sue fasi più mature come nel suo futuro sviluppo (lo sviluppo tecnologico, il lavoro cooperativo, la centralizzazione dei capitali, dei mezzi di produzione e degli uomini, le organizzazioni operaie, ecc.). Però dalla concezione marxiana che traspare in queste poche pagine sparse nel testo potrebbe emergere un’idea che ha dei tratti sorprendenti per la sua valenza filosofica, non solo rispetto all’interpretazione comune e schematica del comunismo marxiano, ma anche rispetto alle teorizzazioni che lo stesso Marx fa del comunismo in altre opere precedenti, come nell’Ideologia tedesca, o nel Manifesto del partito comunista. Lontano, dunque, dalle facili schematizzazioni bipartite in struttura e sovrastruttura, o in materia e spirito, lo spettro del comunismo compare qui piuttosto come la possibilità, sulla base di un’organizzazione più razionale del ricambio organico uomo-natura identificata con una giusta ripartizione del processo lavorativo e della sua riproduzione tra tutti i membri attivi dell’intera comunità sociale, di una liberazione di energie non rivolte alla necessità materiale del lavoro, di attività che consentano un pieno sviluppo delle individualità, così come della specie nel suo complesso.

  1. K. Marx, Ideologia tedesca, trad. it. di F. Codino, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 24.
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