LA MODERNITÀ È LIQUIDA? Capitale e lavoro in Zygmunt Bauman

2-3/2010, Giugno ISBN: 8890413611pp. 39 - 48

Abstract

Tra le molte definizioni con le quali si è tentato di classificare l’epoca contemporanea (post-modernità, tarda-modernità, modernità riflessiva ecc.), quella di “modernità liquida”, del sociologo di origini polacche Zygmunt Bauman è sicuramente una delle più originali e suggestive. Nel corso di questa argomentazione vedremo però come tale interpretazione sembri non offrire strumenti adeguati per oltrepassare una rappresentazione, sia pure brillante, di aspetti fenomenici, non riuscendo pertanto a risalire alle cause, alle radici della realtà contemporanea. In Modernità liquida1 l’autore, infatti, sceglie cinque nozioni (emancipazione, individualità, tempo/spazio, lavoro e comunità)2 attraverso le quali ritiene possibile comprendere i mutamenti occorsi nella condizione umana postmoderna. Si è scelto di prendere in considerazione, in questa sede, principalmente, il concetto di lavoro e il rapporto spazio–tempo. Quest’ultimo risulta avere un ruolo privilegiato rispetto agli altri; è l’osservatorio preferenziale da cui analizzare il passaggio al moderno e poi al cosiddetto post-moderno3. Sulla base delle differenti nozioni di spazio e tempo è, infatti, possibile tracciare le linee fondamentali dell’evoluzione storica, distinguendo tre periodi. Il primo è la ‘preistoria’ del tempo, in cui la velocità di movimento è determinata solo dalle limitate capacità umane e animali e da forze naturali non controllabili dall’uomo. Il secondo stadio, la modernità, invece, inizia quando il tempo diventa «funzione di potenzialità meccaniche»4. «[…] Il nesso spazio-tempo si scinde, perché il tempo acquista una sua “storia”», dal momento in cui «la velocità di movimento nello spazio diventa questione di ingegno, immaginazione e risorse umane»5. Nel mondo moderno lo spazio ha fondamentale importanza, ed è considerato il principale oggetto di conquista. Testimonianza di tutto ciò, è l’imponenza degli edifici che vengono eretti, e, in particolare, i grandi blocchi di cemento delle fabbriche fordiste. Così, Bauman può definire la modernità, come ‘pesante e solida’ e come ‘panottica’. Il Panopticon di J. Bentham, ripreso da Foucault, e l’occhio del Grande fratello di Orwell divengono metafora del potere ‘moderno’, che è vincolato dalla necessità di controllare i suoi sottoposti6. Nel fordismo lavoro e capitale sono interdipendenti, quest’ultimo è «inchiodato al suolo»7. Henry Ford si era sentito in dovere di aumentare il salario ai suoi operai per arginare l’eccessiva mobilità sociale, per tenerli legati alla fabbrica, perché da ciò dipendeva anche la sua stessa sopravvivenza. Le lotte sindacali sono comprensibili proprio in un’ottica di reciproca dipendenza, per cui nessuna delle due parti in causa poteva sottrarsi al confronto ed era costretta a contrattare e ad accordare concessioni. Lo stato sociale aveva «il compito di risolvere tutte le importanti e fastidiose questioni sociali inerenti a tale rapporto [quello tra capitale e lavoro]»8. Nel mondo ‘post-moderno’, invece, ossessionato dall’accelerazione, la velocità di movimento, grazie alla tecnologia informatica, perviene al suo grado massimo. Ora per raggiungere i luoghi più lontani è sufficiente un click. Le distanze spaziali divengono ininfluenti: se è possibile raggiungere contemporaneamente posti diversi, allora tutti i luoghi sono uguali. Ecco che, allora, il terzo stadio dell’evoluzione sociale è quello del mondo ‘fluido’. «La straordinaria mobilità dei fluidi»9 e il fatto che «ciò che conta per essi è il flusso temporale più che lo spazio che si trovano ad occupare e che in pratica occupano solo per un momento»10 li rende l’immagine-simbolo più appropriata per l’epoca contemporanea. È proprio il capitale, che ora è privo di qualunque vincolo o limite, a ottenere piena libertà di movimento, divenendo, così, un potere «extraterritoriale»11. È possibile spostare ingenti somme di denaro da uno Stato a un altro in pochissimo tempo senza che nessuno possa opporsi. La libera circolazione dei capitali, infatti, è, forse, il primo indiscutibile dogma del neoliberismo. Bauman concorda con tutti quegli autori che rappresentano la realtà contemporanea come l’epoca del declino dell’autorità dello Stato-nazione, soprattutto in materia di politica economica. La liberalizzazione del mercato finanziario mette i governi nella condizione di dover inseguire il capitale, cercando di attrarlo, rendendo la regolamentazione del proprio mercato interno il più possibile conforme ai principi del neoliberismo. In pratica, tutto ciò significa meno tasse, meno o nessuna regola e soprattutto un “mercato del lavoro flessibile”. (…) Paradossalmente, i governi possono sperare di trattenere il capitale solo convincendolo al di là di ogni ragionevole dubbio che esso è libero di andare via12. Il legame tra capitale-lavoro si è dissolto, ma solo per il capitale, che è libero di muoversi e di fuggire e che non deve più amministrare, sorvegliare e contrattare. Ecco che, allora, nella realtà contemporanea, le divisioni di classe sono, a giudizio di Bauman, un conseguenza dell’«accesso differenziato all’istantaneità»13: il potere appartiene a chi può spostarsi più velocemente. Se il capitale gode della massima libertà possibile in questo senso, lo stesso non può dirsi dei lavoratori, che rimangono “legati alle loro catene”, in condizioni peggiori rispetto al passato perché sono flessibili, precari, insicuri. Lo spostamento è un’opzione praticabile solo da quei pochi che “possono permetterselo”, tanto che, ad esempio, soltanto una piccolissima percentuale di individui si trasferisce in un luogo diverso da quello in cui è nata14. I viaggi di cui si parla sono, ovviamente, i viaggi d’affari, perché i viaggi per la sopravvivenza sono guardati con sospetto e ostacolati in tutti i modi possibili.

  1.  Z. Bauman, Modernità liquida, trad. it. di S. Minucci, Laterza, Roma-Bari 2007.
  2.  Ivi, p. XIV.
  3. «“Modernità” significa molte cose (…). C’è tuttavia un tratto della vita moderna e della sua organizzazione che forse si distingue come “la differenza che fa la differenza”, l’attributo cruciale dal quale tutti conseguono. Tale attributo è il mutato rapporto tra spazio e tempo» (Ibid.).
  4.  Ivi, p. 125.
  5.  Ivi, p. XV.
  6. M. Foucault, in Sorvegliare e punire, utilizza il modello del Panopticon di Bentham proprio in questo senso.
  7. Z. Bauman, Modernità liquida, cit., p. 57.
  8.  Ivi, p. 168.
  9.  Ivi, p. VII.
  10.  Ivi, p. VI.
  11.  Ivi, p. XVII.
  12.  Ivi, p. 172.
  13.  Ivi, p. 135.
  14. Z. Bauman, La società sotto assedio, trad. it. di S. Minucci, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 77.
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