FICHTE E L’IMMAGINE. Elementi per la nuova teoria della Bildlichkeit di Christoph Asmuth

6-7/2014, Gennaio ISBN: 9788898697243pp. 90 - 96

Abstract

L’intento filosofico di J.G. Fichte era di rendere, nelle diverse esposizioni della sua filosofia, la sistematicità della sua dottrina della scienza: se nel 1798 la seconda esposizione della Wissenschaftslehre era intitolata Il sistema della libertà, ovvero il sistema dello spirito finito come necessariamente pratico, essa prenderà nel 1810 il titolo Il sistema dell’assoluto, ovvero il sistema dello spirito finito come schema della vita divina1. Come suggeriva Luigi Pareyson possiamo leggere i titoli arrecati a queste due opere come l’emblema dell’intera parabola di ricerca filosofica fichtiana, dove cogliere già la progressiva centralità del ruolo dell’immagine, e quello che è stato visto dal filosofo italiano come il carattere eminentemente estetico della sua filosofia della libertà2.
A partire dal 1800 ricorre, nelle diverse esposizioni della Dottrina della Scienza, la connotazione del sapere come immagine dell’assoluto, immagine di quell’entità che «non è affatto un essere, né un sapere, né identità o differenza di ambedue; ma è appunto l’assoluto, e ogni parola ulteriore è di troppo»3. Dopo il 1800 la Wissenschaftslehre viene a declinarsi così come una vera e propria teoria dell’immagine, una Bildenlehre, come la definiva Reinhard Lauth4, senza mai perdere il centro dell’interesse per una Freiheitsphilosophie, istituendo piuttosto uno stretto legame tra libertà e immagine5.
Seguendo un medesimo filo conduttore, quello del primato del pratico ereditato da Kant, l’immagine, in quanto figura che permette l’accesso al reale, emerge progressivamente nel pensiero del filosofo di Rammenau come un elemento inscindibile dalla realtà, insieme pratica e teoretica.

  1. Cfr. L. Pareyson, L’estetica di Fichte, (a cura di C. Amadio), Guerini e associati, Napoli 1997.
  2. Id., Fichte. Il sistema della libertà, Mursia, Milano 1976, p. 118.
  3. J.G. Fichte, Briefe 1801-1805, p. 113, in J.G. Fichte-Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, I, Bd. 9, Werke 1806-1807, hrsg. von R. Lauth, H. Gliwitzky, 1991. D’ora in avanti si citerà l’edizione dell’Accademia con la sigla GA, seguita dal numero romano della serie, il numero del volume e il numero della pagina, e tra parentesi quadre la traduzione italiana, se esistente.
  4. Cfr. R. Lauth, Con Fichte, oltre Fichte, Trauben, Torino 2004, p. 81.
  5. Nell’ultima fase del suo pensiero «Ormai Fichte non si contenta più di affermare l’idealità dell’assoluto, inteso come termine irraggiungibile d’un perpetuo tendere e d’un continuo sforzo dell’uomo: egli intende affermare la realtà dell’assoluto come volontà infinita presente nel mondo fisico e morale, come vita divina immanente nella vita umana, come ordine sovrasensibile interno all’attività morale, come unità immutevole d’una variante molteplicità, come essere che si estrinseca e si oggettiva nell’esistenza, come vita assoluta che si manifesta e si rivela in ogni altra vita, come fondo originario d’un sapere realizzante e modello primigenio d’una immagine vivente e produttiva» (Cfr. L. Pareyson, Fichte. Il sistema della libertà, cit. p. 408-9).
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