CON OGNI MEZZO NECESSARIO. Il gangster tra azione e lavoro

2-3/2010, Giugno ISBN: 8890413611pp. 62 - 76

Abstract

Di tutta la produzione di Hollywood, il cinema criminale, o gangster movie, è forse quello che incorpora con maggiore spirito di spregiudicatezza e, paradossalmente, di onestà, le contraddizioni dell’economia capitalistica. Mantenendo un’ambiguità di fondo, il criminale è il catalizzatore che permette di illustrare il funzionamento dei rapporti economici, di classe e di lavoro grazie a una sostanziale ambivalenza morale. Attraverso di essa, il criminale tende a scardinare i presupposti borghesi che vogliono il lavoro come un’attività socialmente organizzata per soddisfare bisogni altrettanto socialmente riconosciuti, soprattutto quando si considera la seconda parte di questa definizione. Il gangster è di solito rappresentato come un soggetto in azione, coinvolto in un’organizzazione complessa, e di natura illegale, che procede con criteri non molto dissimili da quelli adottati in un’impresa produttiva legale, incluso il linguaggio utilizzato per descrivere i rapporti tra i partecipanti e le dinamiche sottostanti allo sfruttamento delle opportunità offerte dal mercato. Quella che svolge, almeno nei film che prenderemo in considerazione in queste pagine, si può definire solo in parte ‘un’attività socialmente organizzata’, perché apparentemente conserva tutta la struttura e la dinamica del lavoro. Allo stesso modo, nel sistema in cui si inserisce l’attività del criminale, i bisogni socialmente riconosciuti sono solo apparentemente tali, dal momento che si pongono sul confine assai insidioso del conflitto tra ciò che è legalmente permesso e ciò che è illegalmente prodotto e immesso sul mercato alla stregua di ogni altra merce debitamente commercializzata, (pur essendo riconosciuto non come bisogno ma come piaga sociale: la droga, le armi, la prostituzione, il traffico di merce di contrabbando). Lasciando da parte la questione del rapporto tra legge e crimine, che pure il gangster movie solleva in maniera persino troppo acuta, ciò che preme spiegare in quest’analisi è la complessa evoluzione che questo genere cinematografico dispiega nell’arco di un secolo rispetto a due questioni principali. Da una parte, il tema del successo e del potere nella società capitalistica; dall’altra, meno evidente, la questione dei rapporti di lavoro e della creazione dell’impresa, del ciclo produttivo e commerciale della merce, del profitto, dell’accumulazione. Analizzando questi film da queste due prospettive, è possibile rintracciare un modo in cui vengono affrontati il tema dei rapporti sociali nella società capitalistica, la collisione tra libertà individuale e libertà come valore socialmente pattuito, l’aspirazione al riconoscimento individuale attraverso l’ascesa sociale, il rifiuto del rapporto di lavoro subordinato come passaggio a una logica di tipo liberista (ma non liberale). È proprio quest’ultimo fenomeno che ricalca le logiche del capitale e dell’impresa, non ultima quella della condanna morale nei confronti dei mezzi utilizzati a conseguire un fine che, seppure legittimo sul piano delle istanze individuali e della logica liberista, solleva una sorta di condanna su quello morale perché porta con sé tutta una serie di pregiudizi e ostacoli, tra cui l’appartenenza alla classe subalterna sul piano sociale ed economico cui il criminale o il gangster restano intrinsecamente legati. In American Gangster compaiono due scene apparentemente secondarie ma molto indicative dell’analogia tra organizzazione criminale e impresa. Frank Lucas, noto gangster di Harlem di fine anni Sessanta, è a capo di quella che potrebbe essere definita a tutti gli effetti un’impresa internazionale in cui l’acquisto della materia prima – la droga- sul mercato asiatico, la lavorazione del prodotto, la vendita al dettaglio e la reimmissione dei proventi in attività più o meno illecite, si inserisce pienamente nella logica del libero mercato. Vista dall’alto e dal basso, l’impresa di Lucas allude alla gerarchia, all’organizzazione dei rapporti di lavoro, all’accumulazione, all’ascesa sociale del protagonista e di chi vi ruota intorno. Una delle due scene in questione si apre su un appartamento dove lavorano alcune donne completamente nude che “tagliano” l’eroina pura per confezionarla in singole bustine e smerciarla al dettaglio: una chiara rappresentazione, rozza e immediata, della fabbrica o del laboratorio. Le addette alla filiera produttiva sono nude per impedire che possano rubare il prodotto che lavorano. I rapporti internazionali di Frank, che acquista in Vietnam la materia prima per lavorarla e venderla sul mercato americano, alludono alla globalizzazione dell’impresa e alla messa in circolazione del denaro e del traffico internazionale di capitali, e poco importano le conseguenze di degrado sociale e umano che tutto ciò può avere sull’ultimo anello della filiera. In una scena tipicamente urbana che mostra il quartiere di New York dove si ammassa l’umanità degradata dei poveri e dei disperati, gli individui sono ridotti alla stregua di meri consumatori della merce. L’innovativo crime movie del 1992 Reservoir Dogs (Le Iene) mostra invece dall’interno la dinamica di un’altra impresa criminale che è quella dei rapinatori di una gioielleria. Nella ormai ben nota scena di apertura del film essi sono intorno al tavolo di un fast food che discutono dell’importanza della mancia alle cameriere. Uno di loro rifiuta di versare la sua quota, criticando aspramente un sistema che chiede al consumatore di sopperire di tasca propria al deficit di salario della lavoratrice. Una discussione insolitamente lunga sull’importanza di questa “integrazione di salario” per chi “si spezza la schiena” facendo un lavoro duro e faticoso, introduce la psicologia dei personaggi che finiscono persino per discutere le politiche del governo e il sistema fiscale del paese. Mr Pink, l’unico contrario alla mancia, è quello che, nel corso del film, insisterà maggiormente sull’importanza di essere “professionali”, di adottare un comportamento “professionale” e dimostra più degli altri un distacco che rifiuta ogni coinvolgimento emotivo nel lavoro non solo dei suoi “colleghi” ma anche proprio, considerato da un razionale e asettico punto di vista. E non a caso, nel gioco di implicita ironia del film, sarà anche l’unico a scampare il bagno di sangue finale e a portarsi via il bottino, che ha nel frattempo nascosto e sottratto all’insaputa degli altri.

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